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La Santa Casa

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La tradizione lauretana

Un’antica tradizione riferisce che la Santa Casa di Loreto è la stessa “Camera” in muratura della Madonna esistente a Nazaret, in Galilea, e che in essa Maria nacque, fu educata e ricevette l’annuncio angelico. Nel 1291, durante l’invasione musulmana della Palestina, la “Camera” o Casa fu trasportata da Nazaret in Illiria, comprendente a quei tempi l’attuale Dalmazia ed Albania, presso un castello denominato Fiume che una successiva storiografia ha identificato con l’omonima città del Golfo del Quarnaro (Rijeka) e, più precisamente, con la località di Tersatto. Nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294 la Casa fu traslata in Italia, nel territorio del comune di Recanati, prima presso il suo porto, nel folto di una selva, in un sito chiamato più tardi la Banderuola, e di lì su un colle detto dei due fratelli, i quali litigarono per impossessarsi delle offerte dei pellegrini, per cui la Casa fu definitivamente collocata su una pubblica strada. La tradizione remota, di segno devoto e popolare, attribuisce all’opera degli angeli il trasporto della Casa di Nazaret, mentre studi recenti, leggendo la tradizione, a così dire, in “filigrana”, propongono l’ipotesi di un trasporto per iniziativa umana, via mare, con una speciale assistenza dall’alto. (dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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La questione lauretana 

È ben nota la “questione lauretana” che ha visto nel tempo gli studiosi contrapposti su due fronti: alcuni hanno messo in dubbio l’autenticità della traslazione della Santa Casa, altri l’hanno difesa out-court, compreso il particolare del “ministero angelico”. La querelle, condotta con metodo storiografico, verteva soprattutto sul valore delle fonti scritte che, in effetti, risultavano tardive rispetto all’accadimento dei fatti, essendo le più antiche, allora conosciute, riferibili solo al 1470 circa. La recente scoperta di nuovi documenti scritti, come la Historia di Giacomo Ricci, redatta nel 1469 circa, e, più ancora, alcuni versi del Rosarium di S. Caterina da Bologna, stilati nel 1440 e resi noti solo nel 1994, fanno cadere pesanti pregiudizi e scagionano Pietro di Giorgio Tolomei, detto il Teramano, rettore del santuario loretano, di essere l’inventore di “una insulsa storiella” con la sua Traslazione miracolosa, redatta verso il 1470 e ritenuta, fino ai nostri tempi, il più antico scritto sull’origine nazaretana della Santa Casa di Loreto. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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Gli scavi a Nazareth e Loreto

Tuttavia, l’apporto più significativo a una lettura critica e storicamente fondata della tradizione lauretana è stato dato dalle cosiddette “fonti mute”, cioè dal responso degli scavi archeologici effettuati a Nazaret tra il 1955 e il 1960 nella chiesa dell’Annunciazione e a Loreto tra il 1962 e il 1965 nel sottosuolo della Santa Casa, oltre che da studi specifici sulla struttura edilizia della “Camera” lauretana, raccordata con la Grotta nazaretana. Le indagini archeologiche e la tradizione si illuminano a vicenda con reciproche conferme. E aiutano a ricostruire la storia della Casa di Maria. A Nazaret gli scavi hanno appurato che l’abitazione della Vergine, come le altre del luogo, era costituita da una Grotta scavata nella roccia, luogo di deposito, e da una Casa in muratura antistante e leggermente sovrastante, luogo della vita quotidiana, oltre che da altre piccole strutture sussidiarie. Gli scavi hanno confermato nella sostanza ciò che narra la tradizione lauretana e, cioè, che i discepoli di Gesù trasformarono la Casa di Maria in chiesa. Dalle indagini archeologiche, infatti, è emerso che nel III secolo i giudeo-cristiani, anzi, forse gli stessi “parenti del Signore”, adattarono l’abitazione di Maria a luogo di culto, costruendovi sopra una chiesa in stile sinagogale, di cui sono venuti alla luce interessanti resti cultuali. Gli scavi sono stati effettuati sotto la direzione del p. Bellarmino Bagatti. Nel secolo V i cristiani bizantini, sostituitisi anche a Nazaret ai giudeo-cristiani, abbatterono la chiesa-sinagoga ed edificarono un più ampio edificio sacro sopra l’abitazione della Madonna. Nell’XI secolo, infine, i crociati francesi demolirono la basilica bizantina ed edificarono una più ampia chiesa proteggendo la santa dimora in una cripta. Questa attenzione nei riguardi dell’abitazione di Maria attraverso i secoli spiega anche la sua possibile conservazione, perché un edificio, anche se fragile, custodito dentro un altro edificio, non essendo soggetto all’erosione degli agenti atmosferici, sfida i secoli. Ne è una riprova la stessa Santa Casa di Loreto che, protetta dentro altri edifici fin dagli inizi del secolo XIV, dopo sette secoli non ha fatto una crepa. A Loreto gli scavi archeologici, condotti sotto la direzione del prof. Nereo Alfieri, hanno confermato alcuni elementi della tradizione in modo inatteso. Questa asserisce che la Santa Casa non ha fondamenta proprie, poggia su una pubblica strada e fu protetta dai recanatesi con un muro per tutta l’altezza e la lunghezza. Ebbene, le indagini archeologiche hanno verificato tutti e tre questi singolari fenomeni edilizi. In più, hanno individuato alcune opere di difesa con archetti di controripa sul cedevole lato nord e una fascia di sottomurazione inserita più tardi dall’esterno. Tutto ciò attesta un’attenzione archeologica ante litteram verso il sacello che non si spiegherebbe se quei muri non fossero stati considerati fin dall’inizio vere “reliquie”. Infine, gli scavi loretani hanno appurato che il nucleo originario della Santa Casa è costituito da tre sole pareti (è esclusa la parete est dove sorge l’altare, che a Nazaret non esisteva perché è la parte che dava sulla bocca della Grotta), e che delle tre pareti le sezioni inferiori sono in pietra, mentre le sezioni sovrastanti, costruite in un secondo momento, sono in mattoni locali.(tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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La struttura edilizia

Ulteriori studi sulla struttura edilizia della Santa Casa hanno messo in evidenza che questa, in ambito costruttivo marchigiano, risulta un coacervo di assurdità: non ha fondamenta proprie, contro tutti gli usi del luogo; ha stranamente una parte in pietre, non usate nella zona per mancanza di cave lapidee, e una parte aggiunta in mattoni, gli unici materiali disponibili in loco; poggia su una pubblica strada, contro tutte le disposizioni comunali dell’epoca; ha l’unica porta originaria sul lato nord, esposta a tutte le intemperie, e l’unica finestra a ovest, aperta a una limitata illuminazione, contro i più elementari accorgimenti dei costruttori locali. Se invece la Casa di Loreto viene idealmente ritraslata a Nazaret, tutte queste anomalie edilizie scompaiono e il manufatto loretano ben si raccorda con la Grotta nazaretana nelle sue varie parti. Inoltre, studi sulla finitura della superficie delle pietre di Loreto hanno chiarito che esse appaiono lavorate secondo una particolare tecnica usata dai nabatei - un popolo confinante con gli ebrei - e diffusa anche in Palestina. Questi interessanti studi sull’edilizia della Santa Casa si devono all’ingegnere architetto Nanni Monelli. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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I graffiti

Infine, una specifica indagine sui graffiti leggibili ancora in molte pietre della Santa Casa di Loreto rivela che essi sono molto simili a quelli riscontrabili anche in Terra Santa e, in special modo, a Nazaret, compresi gli esemplari riferibili ai giudeo cristiani del II-V secolo. È stata decifrata anche una scritta in caratteri greci sincopati con due lettere ebraiche contigue (un lamed e un waw), la quale, tradotta, dice: “O Gesù Cristo, Figlio di Dio” (fig. 6). Un’identica invocazione si legge nella cosiddetta Grotticella di Conone, a Nazaret, vicino alla Grotta santa. Ne deriva la fondata ipotesi che diverse pietre siano state graffite a Nazaret e poi trasportate a Loreto, ciò che conferma l’antica tradizione. Insomma, le pietre hanno un loro linguaggio, muto certo, ma, una volta decodificato, in grado di gettar luce sull’origine della Santa Casa. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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Perchè a Loreto

C’è sempre comunque chi si chiede perché mai la “Camera” nazaretana di Maria sia stata trasportata proprio a Loreto e non altrove. Già gli antichi storici, fin dal secolo XVI, evidenziavano come la Casa fosse passata, per provvidenziale disegno, dalla terra di Cristo alla terra del vicario di Cristo, cioè nell’antico Stato della Chiesa. Potrebbe esserci anche una ragione di carattere contingente. È noto che la traslazione, secondo i dati della tradizione, avvenne il 10 dicembre del 1294, quando era papa Celestino V. Questi, incoronato pontefice a L’Aquila il 5 luglio 1294 per volontà di Carlo II d’Angiò e trasferitosi poi a Napoli, il 13 dicembre successivo rinunciò al pontificato. Non mise mai piede a Roma. Ora, risulta che a Roma lo sostituiva in qualità di Vicarius Urbis (Vicario del papa) Salvo, vescovo di Recanati. Salvo era stato nominato Vicarius Urbis da Nicolò IV nel 1291 e svolse quell’ufficio fino al 1296. Il Vicarius Urbis, come è noto, durante le assenze dei pontefici da Roma, esercitava un potere giuridico in spiritualibus (indulgenze, reliquie, ecc.). Vien da supporre allora che Salvo, vescovo di Recanati, dovendo destinare a nome del papa, le “sante pietre” di una reliquia così insigne, qual è la Santa Casa, abbia pensato al territorio della sua diocesi e le abbia fatte approdare al suo Porto, attivo già fin dal 1229 per concessione dell’imperatore Federico II. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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Gli angeli

In questo discorso si può inserire quanto Giuseppe Lapponi, archiatra pontificio, confidava in segreto al vescovo di Digione mons. Landrieux il 17 maggio 1900: di aver scoperto, cioè, alcuni documenti negli archivi vaticani, secondo i quali, una nobile famiglia bizantina di nome Angeli, discendente dagli imperatori di Costantinopoli, nel secolo XIII, salvò i “materiali” della Casa della Madonna dalle devastazioni musulmane e li fece trasportare a Loreto per ricostruirvi l’attuale sacello. La notizia ha un’implicita conferma nel foglio 181 del cosiddetto Chartularium Culisanense, pubblicato di recente (1985), dove si parla delle “sante pietre portate via dalla Casa della Nostra Signora la Madre di Dio” e di una icona raffigurante la Madonna con il Bambino in grembo. Sono gli elementi costitutivi del santuario di Loreto: le pietre della Casa di Maria e una tavola dipinta con l’immagine della Madonna e del Bambino, esistente già agli inizi del sec. XIV nel sacello e poi sostituita con una statua lignea. Le “sante pietre” nel settembre-ottobre 1294 passarono da Niceforo Angeli, despota dell’Epiro, a Filippo d’Angiò, figlio del re di Napoli Carlo II, quale dote nuziale di Ithamar (o Margherita), Angeli, figlia di Niceforo. Si noti la corrispondenza cronologica: il matrimonio tra Filippo e Ithamar avviene nel settembre-ottobre 1294 e la tradizione lauretana indica il 10 dicembre 1294 quale data dell’arrivo della Santa Casa nelle Marche. Un implicito collegamento con la famiglia Angeli dell’Epiro si ha in due monete rinvenute nel sottosuolo della Santa Casa (una nella fascia di sottomurazione), le uniche databili, tra le centinaia ivi rinvenute, all’epoca della traslazione. Si riferiscono a Guy de la Roche, duca del feudo francese di Atene dal 1285 al 1308. Guy era figlio di Elena Angeli, nipote di Niceforo e cugina di Ithamar. Ora è noto che spesso, nei secoli passati, le monete inserite nelle fondazioni degli edifici, soprattutto sacri, stavano a indicare l’epoca della loro costruzione e talora anche i protagonisti della stessa; in questo caso della famiglia Angeli dell’Epiro-Tessaglia, discendente dagli imperatori di Costantinopoli, alla quale appartenevano tanto Ithamar, figlia di Niceforo, desposta dell’Epiro, quanto Elena, figlia di Giovanni, sebastocratore della Tessaglia, e madre di Guy de La Roche.(tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)

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Altri indizi

Altri reperti archeologici appaiono significativi per far luce sulle origini della Santa Casa. Anzitutto cinque piccole croci di stoffa rossa, tipiche dei cavalieri crociati, più che di altri pellegrini (i cosiddetti “bianchi”), rinvenute in una cavità sotto la “Finestra dell’Angelo”. Esse ci riportano all’epoca delle crociate, quando avvenne la traslazione. Interessanti sono anche i resti di un uovo di struzzo, ritrovati nella stessa cavità. Lo struzzo ci riconduce all’Oriente e, in special modo, alla Palestina, dove prosperava e prospera, mentre è sconosciuto nelle Marche. E l’uovo (che talvolta ornava le chiese in Terra Santa al tempo dei crociati) richiama una simbologia cara ai medievali. Essi immaginavano che l’uovo di struzzo, deposto dalla femmina sulla sabbia, fosse fecondato dal sole che faceva venire alla luce il piccolo struzzo. E così, per analogia, lo assumevano a simbolo del Verbo, fatto uomo nel grembo di Maria, come “fecondata” dal sole dello Spirito Santo. Si tratta di “incastri” suggestivi di diversi tasselli, che riconducono spesso alla stessa tradizione lauretana, anche se questa va letta con vigile senso critico. Non si deve ignorare che qualche studioso anche oggi trova difficoltà ad accogliere la sostanza storica del traslazione della Santa Casa. Qualcuno fa rientrare la relazione del Teramano nel contesto dei cosiddetti “racconti di fondazione” dei santuari, accentuandone gli elementi dell’immaginario collettivo e delle ierofanie, e relegando, in tal modo, il fatto della traslazione angelica e, al limite, la stessa tradizione lauretana nell’ambito dei miti. Proposte del genere vanno incontro a serie obiezioni di vario genere. Esse non riescono a spiegare la vera origine del santuario di Loreto, né tanto meno a dare ragione del suo eccezionale sviluppo, accompagnato da un imponente apparato monumentale, con eccelse opere d’arte, che costituiscono indubbiamente la glorificazione della Casa della Madonna, trasportata, secondo la tradizione, da Nazaret a Loreto. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)