Cappella dei Santi Pellegrini o del Pomarancio
Vi si accede direttamente dell’Atrio. La volta è decorata con affreschi raffiguranti scene della vita della Madonna, eseguite nel 1605-1610 da Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Sua è anche la pala dell’altare con la Crocifissione. Gli armadi, che un tempo custodivano preziosissimi doni, sono opera di Andrea Costa che li lavorò tra il 1608 e il 1615 (fig. 102). La Sala fu voluta da Clemente VIII per accogliervi l’ingente cumulo dei doni. Il disegno dell’edificio, iniziato nell’anno 1600, fu preparato forse dall’urbinate Ventura Venturi, portato avanti poi da Muzio Oddi e da G.B. Cavagna. Nel 1604 fu indetto il concorso per gli affreschi, a cui parteciparono Lionello Spada, Guido Reni, Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e Cristoforo Roncalli, detto il Pomarancio. Ultimamente qualche studioso ha messo in dubbio la partecipazione al concorso del Caravaggio, ma l’autorevole testimonianza di Giovanni Baglioni, contemporaneo ai fatti, in materia è esplicita. Secondo questo autore il Caravaggio, escluso dai lavori, per vendetta avrebbe fatto sfregiare in volto il Pomarancio, che aveva vinto il concorso, forse anche per la potente mediazione di un prelato romano. Il Calvesi, che è propenso ad ammettere la partecipazione del Merisi al concorso, fa notare che in quel periodo il Pomarancio a Roma era considerato il numero uno nella graduatoria delle committenze, primo anche rispetto al Caravaggio. Ciò può spiegare meglio la sua scelta. Il Pomarancio lavorò in questa Sala dal 1605 al 1610, servendosi di validi aiutanti. Nell’ideazione del ciclo figurativo si ispirò forse al Rivestimento marmoreo della S. Casa, rappresentandovi “istorie” della vita della Madonna tra Sibille e Profeti. Per uno sviluppo cronologico degli episodi si parte dalla Natività di Maria (a destra), divisa in due scene, con S. Anna dopo il parto sullo sfondo e con la vivace e colorita lavanda della neonata, in primo piano. Seguono la Presentazione al Tempio di Maria; lo Sposalizio, con ascendenze raffaellesche; l’Annunciazione, forse il capolavoro del ciclo, pregevole per la grazia disegnativa e la mobilità delle figure; la Visitazione, dalla plastica espressività, con echi barocceschi; la Fuga in Egitto, con elementi paesistici e con felice gioco prospettico che genera illusione ottica nell’osservatore (l’asinello sembra girarsi con il movimento di chi lo guarda); Gesù fra i dottori, scenicamente costruito; il Transito della Madonna, con figure esemplate su modelli raffaelleschi (soprattutto S. Pietro). Sulla volta: Assunzione, Traslazione della S. Casa e Incoronazione della Vergine, tre soggetti che hanno acceso l’estro pittorico del Pomarancio che qui si esalta in magistrali scorci aerei. Anche la pala d’altare, riproducente la Crocifissione con la Madonna, la Maddalena e S. Giovanni, è del Pomarancio che qui nel colorito preferisce la maniera “scura” e soluzioni quasi “melodrammatiche”. L’ornamentazione varia e fantasiosa della Sala, con festoni di frutta e fiori, con girali, candelabri, ecc., sempre opera del Pomarancio, ben si intona con la narrazione pittorica, generando ammirazione nel visitatore. I vari emblemi con figure di galli, dipinti o modellati a stucco o scolpiti in legno, sopra gli armadi, fanno riferimento al cardinale Antonio M. Gallo di Osimo, protettore del santuario dal 1587 al 1620. Gli affreschi del Pomarancio sono giudicati dalla critica uno dei capolavori del tardo manierismo romano, ai cui canoni il pittore si attenne, coniugando lo stile di Michelangelo con quello di Raffaello. Si tratta di una pittura celebrativa e decorativa di alta qualità, resa piacevole dai colori chiari e iridescenti e sostenuta da un sapiente e vigoroso disegno. Il Paliotto (ora dietro l’altare posticcio in legno, eretto nel 1993), con lesene in lapislazzuli e cornici in pietre dure, è dono del granduca di Toscana Cosimo II (1610) e, fino al 1921, ornò l’altare della S. Casa. I due enormi candelieri lignei, ricoperti di rame dorato e punteggiati di coralli (vicino alla finestra centrale), furono donati dal principe Caracciolo di Avellino nel 1722; il candelabro di bronzo, presso la finestra di fondo, è dono della corporazione dei fabbri-ferrai di Bologna (1588). Vicino spicca il sontuoso Stendardo della Congregazione Universale della S. Casa, ricamato nel 1894 dalle suore della S. Famiglia di Savigliano su disegno del Sacconi. Dietro è conservato il vessillo austriaco, ritolto ai turchi nella battaglia di Vienna del 1683 e quindi inviato come dono votivo alla Vergine di Loreto. L’organo è opera e dono della Ditta Mascioni (1995). Gli armadi in noce con le eleganti cimase furono lavorati dal bolognese Andrea Costa tra il 1608 e il 1615, su commissione del cardinale Antonio M. Gallo, il cui stemma spicca alla sommità con vivaci figure di Galli, intercalate da Casette lauretane. Oggi vi sono conservati pochi doni votivi e di scarso valore, perché il Tesoro prima è stato spogliato da Napoleone, nel 1797, che qui venne di persona per dirigere le operazioni di rapina, e poi, dopo la rapida ricostruzione, dai ladri nel 1974. Ciò che di più prezioso si è salvato dalle due devastazioni ora è custodito nel museo santa casa. (tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)