Il Rivestimento Marmoreo
Dalla S. Casa si esce per la porta di sinistra, a nord. Subito si può iniziare la visita del Rivestimento marmoreo, che sostituisce l’antico muro dei recanatesi costruito agli inizi del sec. XIV per proteggere la S. Casa. È stato voluto da Giulio II che nel 1507 inviò a Loreto Donato Bramante con il compito di compiervi “cose magne e... per disegnare molte opere”. I lavori iniziarono nel 1511, sotto la direzione di Giovan Cristoforo Romano, dopo che il fiorentino Antonio Pellegrini, su incarico e su disegno del Bramante, aveva approntato il modello ligneo su scala. Dal 1513 al 1527 diresse l’impresa Andrea Contucci, detto il Sansovino. I lavori ripresero nel 1531, dopo un’interruzione dovuta al sacco di Roma (1527), sotto la direzione di Rinieri Nerucci. Nella fase finale essi passarono alla direzione di Antonio da Sangallo il Giovane. L’opera fu conclusa nel 1538. Successivamente furono collocate nelle nicchie le statue delle Sibille e dei Profeti. Qui il Bramante ha inteso celebrare la Madre del Salvatore, vaticinato dalle dieci Sibille, scolpite dai fratelli Della Porta (1570-1572), preannunciato dai dieci Profeti, scolpiti dai fratelli Lombardo (1540-1570), e figurato con la Madre nelle “storie” del dado marmoreo, secondo questa successione, a partire dalla parete nord: Natività di Maria di B. Bandinelli e R. Montelupo; Sposalizio di A. Sansovino e N. Tribolò; Annunciazione di A. Sansovino e, sotto, Visitazione di R. Montelupo e Censimento di F. da Sangallo; Natale di A. Sansovino; Adorazione dei magi di R. Montelupo; Transito della Vergine di D. D’Aima. A sè stante è la Traslazione di F. da Sangallo e N. Tribolo. Secondo alcuni il Bramante si sarebbe ispirato nell’ideazione del Rivestimento o a un Arco di Trionfo romano, o al Reliquiario dell’Orcagna in Orsanmichele di Firenze (1349), o al Sacello del S. Sepolcro dell’Alberti custodito in S. Pancrazio di Firenze (1455-1467), o all’Ara Pacis di Augusto (13-9 a.C.). Il Rivestimento è costituito da un basamento con ornamentazioni geometriche, dal quale si eleva un ordine di colonne scanalate a due sezioni, sovrastate da capitelli corinzi che sostengono un cornicione aggettante. La balaustra, opera di Antonio da Sangallo, nasconde la goffa volta a botte della S. Casa e fa da elegante cornice al mirabile complesso. Lo illeggiadriscono vari fregi, festoni, putti alati sopra i timpani dei portali, stemmi e anelli medicei, sia gentilizi che pontifici (Clemente VII e Leone X), e ornamentazioni con figure anche mitologiche. Sono lavori raffinatissimi di più artisti, fra i quali eccelle Simona Mosca, eseguiti in due tempi: nel 1515-1525 e nel 1528-1535. Nei secoli passati il Rivestimento destò universale ammirazione. Giorgio Vasari, in visita a Loreto nel 1566, lasciò scritto che la S. Casa “non poteva, quanto al mondo, ricevere maggiore né più ricco ornamento”, superiore alle “più preziose gemme orientali”. Michel Montaigne, pellegrino alla S. Casa nel 1581, annotò: “Non è facile vedere opere più rare ed eccellenti”. Torquato Tasso, a Loreto nel 1587, richiamò poeticamente per le sculture “i magisteri e l’opere di Fidia”. E Antonio Canova inviava i suoi discepoli a Loreto per studiare questo monumento, asserendo che vi è “quasi tutto”. Caduto in un inspiegabile oblio, da alcuni anni è ritornato all’attenzione degli studiosi che giustamente lo considerano, oltre che “la massima impresa plastica del pieno Rinascimento”, “uno straordinario esempio di lavoro di gruppo, quasi l’antitesi del sommo principio dell’unità nell’unico, personificato da Michelangelo” (R. Lunardi, 1983). E nel lavoro di gruppo si coglie anche il senso dell’emulazione, tipica degli artisti dell’umanesimo-rinascimento. Il Rivestimento, dopo la ripulitura effettuata dalla ditta Ger.So nel 1993, con le offerte in parte dei loretani, oggi si presenta in tutto il suo originario splendore. La visita inizia dalla Parete Nord, per proseguire nella parete ovest, sud e est. Parete nord - La Natività di Maria è opera di due artisti. Baccio Bandinelli nel 1519 eseguì la sezione destra, con S. Anna nell’alcova e le donne che si congratulano con lei. Scena mossa e vivace, dal frastagliato e copioso panneggio, con echi michelangioleschi. L’artista la eseguì ad Ancona, dove si era trasferito da Loreto, dopo essere entrato in conflitto con il Sansovino. Raffaele da Montelupo è autore della sezione sinistra, con la lavanda della neonata, eseguita nel 1531-1533, secondo schemi più arcaici, condotta con notevole rigore formale. Sulla nicchia sinistra, in alto sta la Sibilla Ellespontica, scolpita da Giovan Battista Della Porta (1570-1572), la quale avrebbe vaticinato: “Predestinata dal fato divino è colei che partorirà al mondo una prole fulgente di luce”. Il Profeta sottostante è Isaia (per altri, un tempo, Tobia), opera di G.B. Della Porta e del fratello Tommaso (1577-1578), sensibili al magistero michelangiolesco. È il profeta del celebre annuncio: “Ecco una vergine concepirà e partorirà un figlio che sarà chiamato Emanuele” (Is 7, 14). La porta in bronzo sottostante, come le altre del Rivestimento, fu fusa da Ludovico e Girolamo Lombardo tra il 1568 e il 1576, con la collaborazione dei discepoli Antonio Calcagni e Tiburzio Vergelli. Questa porta reca in alto la Flagellazione e in basso Gesù nell’Orto degli ulivi. I cancelli di tutte e quattro le porte sono stati costruiti con le catene degli schiavi cristiani liberati nella battaglia di Lepanto (1571) e portatisi poi pellegrini a Loreto per sciogliere un voto. Nella successiva nicchia superiore si scorge la Sibilla Frigia, scolpita dai fratelli Della Porta (1570-1572), alla quale si attribuisce questa frase: “Nel seno di una vergine Dio stesso volle mandare dal cielo la prole”. Sotto sta il Profeta Daniele (per altri, un tempo Giona), scolpito da Girolamo Lombardo (1547-1548) che, “mirando da lunge a meraviglia”, preannuncia: “Settanta settimane sono fissate per il tuo popolo e per la città santa [...] per ungere il santo dei santi” (Dn 9, 24). Segue lo Sposalizio, opera di due artisti. La sezione sinistra, con il rito nuziale, si deve al Sansovino (1525-1526): scena dal modellato fluido e sinuoso e dal classico impianto di matrice raffaellesca. La sezione destra è di Nicolò Tribolo (1531-1533) e raffigura, con forte rilievo e con accenti manieristici, la delusione dei giovani che spezzano rabbiosi i bastoni non fioriti, causa della loro esclusione dal matrimonio con Maria, secondo un racconto apocrifo. La sottostante porta di bronzo, lavorata dai fratelli L. e G. Lombardo (1568-1576), contiene in alto la Crocifissione e in basso Gesù con la croce. Nella nicchia superiore sta solenne la Sibilla Tiburtina (di Tivoli), eseguita da G.B. Della Porta (1570-1572), alla quale viene applicato questo vaticinio: “Colei che sta tra i confini di Nazaret concepirà colui che, essendo Dio, le autorità di Betlem vedranno nell’aspetto di uomo”. Sotto si vede il Profeta Amos, con il cappello frigio in capo e il cane pastore a lato. È l’ultima statua, fra quelle del Rivestimento, eseguita da G. Lombardo che vi denuncia una chiara apertura ai gusti toscani, forse assimilati a contatto con gli artisti attivi a Loreto. Di Amos viene richiamata la seguente frase: “Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la Tenda di David (Am 9, 11-12; At 15, 16-17). Parete ovest - L’Annunciazione è il capolavoro di A. Sansovino (1518-1522) e dell’intero Rivestimento. Funge da pala d’altare maggiore e per questo subito attrae l’attenzione del pellegrino che entra in basilica, mettendolo in comunicazione ideale con la S. Casa e rammentandone il mistero centrale: l’Incarnazione del Figlio di Dio. La Vergine è ritratta nell’attimo del turbamento, mentre l’angelo la saluta con le parole: “Ave Maria” (Lc 1, 28ss). Il gruppo dell’Eterno Padre, con gli angeli che lo sostengono, sembra ispirato a quello della “Creazione di Adamo” di Michelangelo, nella cappella Sistina (1508-1511). La luce piovente dall’alto anima le figure a marcato rilievo di contro agli elementi architettonici, quasi schiacciati, in un gioco luministico dai suggestivi chiaroscuri. Sotto, in una sezione più piccola, a sinistra si scorge la Visitazione (Lc 1, 39-56), opera austera di R. Da Montelupo (1531-1533), e a destra si ammira il Censimento (Lc 2, 1-5), soggetto iconografico raro, eseguito da Francesco da Sangallo (1531-1533). Nella nicchia superiore, a sinistra sta la Sibilla Libica dalle giunoniche forme, scolpita dai fratelli Della Porta (1570-1572). Le vengono messe in bocca queste parole: “Tu, o principe, tu, o re, eterno per il tempo, che reclini le tue membra nel grembo della regina del mondo”. Sotto si ammira il Profeta Geremia di Aurelio Lombardo, che lo portò a compimento con la collaborazione del fratello Girolamo nel 1540-1542. Del profeta viene richiamata questa frase: “Il Signore crea una cosa nuova sulla terra: la donna cingerà l’uomo” (Ger 31, 22). Questa statua, eseguita per prima, è considerata il capolavoro fra tutte quelle scolpite per il Rivestimento. Rivela apparentamenti con il Mosè di Michelangelo e un gusto quasi leonardesco negli effetti chiaroscurali che esaltano il “pathos” del meditabondo profeta. Nella nicchia superiore a destra sta la Sibilla Delfica, da qualcuno attribuita a Girolamo Lombardo (1560?) per un certo impaccio nella traduzione della tipologia statuaria romana, felicemente resa, invece, nelle altre statue dei fratelli Della Porta. A questa Sibilla si ascrive il seguente vaticinio: “Concepito dal grembo verginale, si mostrerà, restando incontaminata la madre”. Nella nicchia sottostante si vede il Profeta Ezechiele, opera di G. Lombardo, coadiuvato dal fratello Aurelio (1544). È contrassegnato nel volto da vivo “pathos”, per quanto il corpo appaia alquanto fisso e legnoso. La sua profezia è tale: “Susciterò per loro un pastore che le pascerà” (Ez 34, 23). Nel presbiterio, sulla parete destra, è stato collocato il pregevole Ciborio marmoreo finemente scolpito da Aurelio Lombardo verso il 1542, con l’Eterno in alto e due angeli adoranti in basso. La porticina argentea, ornata da cornice indorata, è stata eseguita su disegno di Floriano Bodini dall’orafo varesino Somaini (1994). L’Altare maggiore, con il relativo arredo liturgico, è opera di Floriano Bodini che, sul davanti, vi ha figurato la Vergine Lauretana con il Bambino e due angeli, nel gesto di accogliere i pellegrini alla sua Casa. L’altare è stato donato da Giovanni Paolo II, a ricordo del VII Centenario Lauretano, mentre l’ambone è dono delle diocesi di Monaco e Passau, il leggio di mons. Pasquale Macchi, in memoria di Paolo VI, e la sede con i due scanni dell’Unitalsi. Il complesso è stato inaugurato da Giovanni Paolo II il 10 dicembre 1994, nella cerimonia di apertura del VII Centenario della S. Casa. Parete sud - Il Natale di Gesù è opera mirabile di Andrea Sansovino (1518-1524). La scena, ispirata al vangelo di S. Luca, è svolta in due sezioni: a destra, la nascita del Salvatore: “la madre lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia” (Lc 2, 7); e, a sinistra, l’annuncio angelico ai pastori, sullo sfondo, e l’adorazione degli stessi, in primo piano (Lc 2, 8-20). Scultura studiatissima dal ritmo serrato e dalle classiche armonie compositive. Ispira ammirazione e devozione insieme. La Porta bronzea sottostante, opera dei fratelli L. e G. Lombardo (1568-1576), contiene nella formella superiore l’Annunciazione e in quella inferiore il Natale di Gesù. In alto sta la Sibilla Persica dei fratelli Della Porta (1570-1572), a cui viene applicata questa preveggenza: “Concepito da una madre vergine, quel gran Dio nascerà da una vergine casta”. Sotto si vede il Profeta Zaccaria, scultura di G. Lombardo (1588 c), solenne ma alquanto coartata nella nicchia. Del profeta viene richiamata questa espressione: “Ecco, io manderò il mio servo Germoglio” (Zc 3, 8). Nella sezione mediana, in alto si scorge la virgiliana Sibilla Cumana (o Cumea, o Cimmeria), opera dei fratelli Della Porta (1570-1572), alla quale si applica questo vaticinio: “Allora Dio farà scendere dall’alto dell’Olimpo un re, allora la vergine consacrata nutrirà del suo latte il re della milizia celeste”. Sotto troneggia il Profeta David, opera eccellente di G. Lombardo (1558) che in questa statua, come nelle due contigue e coeve di Zaccaria e Malachia, esprime un classicismo quieto ed espanso (tratto dagli scdi ascendenza padana. Di David viene citato il versetto di un salmo: “Il frutto delle tue viscere io metterò sul tuo trono” (Sal 132, 11). L’Adorazione dei magi (o Epifania) si deve a R. da Montelupo (1531-1534). Scultura pregevole per purezza di stile, dagli arcaici accenti quattrocenteschi. La scena descrive l’offerta dei doni, secondo il passo evangelico: “Offrirono in dono oro, incenso e mirra” (Mt 2, 11-12). La sottostante porta in bronzo, opera dei fratelli L. e G. Lombardo (1568-1576), nella parte superiore mostra un bassorilievo con l’Adorazione dei magi e in quella inferiore la raffigurazione di Gesù tra i dottori. Nella nicchia superiore si vede la Sibilla Eritrea, scolpita dai fratelli Della Porta (1570-1572), alla quale viene messo sul labbro questo vaticinio: “Vedo il Figlio di Dio che è disceso dall’alto, lo mostrerà una vergine ebrea di nobile stirpe”. Nella nicchia sottostante si scorge il Profeta Malachia, opera di G. Lombardo (1558 c), dalle forme placide e distese. Per questo Profeta vengono citate le seguenti parole: “Per voi [...] sorgerà il Sole di giustizia” (Ml 3, 20). Parete orientale - Nel registro superiore si ammira il Transito della Vergine, opera di Domenico D’Aima o Aimo che la compì tra il 1518 e il 1525 ad Ancona, dove si era trasferito da Loreto per dissapori con il Sansovino. L’estrema sezione destra, con i soldati che confabulano per rapire il corpo della Vergine, è stata aggiunta da N. Tribolo e da F. Da Sangallo tra il 1531 e il 1534. La scultura del D’Aima, armonica e severa, traduce il mesto sentimento del trapasso e fa venire in mente, per taluni esiti stilistici, i sarcofagi paleocristiani. La scena del registro inferiore raffigura la Traslazione della S. Casa, scolpita tra il 1531 e il 1534 e desunta dal racconto del Teramano. La sezione destra, con il volo angelico della Casa sul mare e la sua collocazione nella selva infestata dai briganti che malmenano i pellegrini, è di F. da Sangallo; mentre la sezione sinistra - un po’ più estesa - con la Casa sul colle dei due litigiosi fratelli e, infine, su una pubblica strada, dove viene venerata dai pellegrini, si deve a N. Tribolo. Scena complessa, ben raccordata nelle due sezioni, e piacevole per la freschezza narrativa. Reca echi michelangioleschi, soprattutto nel brigante dal braccio alzato, che è simile a un personaggio della “Lotta fra Centauri e Lapiti” del Buonarroti. Sulla sinistra, nella nicchia superiore, sta la Sibilla Cumana (del Ponto), scolpita dai fratelli Della Porta (1570-1572), alla quale viene attribuito questo vaticinio: “Umile in ogni cosa, sceglierà per madre una vergine casta”. Sotto si ammira il Profeta Mosè, dal possente michelangiolismo, attribuito al G.B. Della Porta (1577-1578). Sono citate per lui queste parole: “Il Signore tuo Dio susciterà per te [...] un profeta pari a me” (Dt 18, 15) (fig. 46). A destra, in alto, si scorge la Sibilla Samia (di Samo), opera dei fratelli Della Porta (1570-1572), alla quale viene attribuita questa preveggenza: “Una vergine dal grembo incontaminato nutrirà il re”. Nella nicchia sottostante si vede il Profeta Balaam, da alcuni attribuito a Tommaso Della Porta e da altri a Girolamo Lombardo (1577-1578). Nella tavola in mano al profeta si legge: Orietur stella ex Jacob, e cioè: “Una stella spunta da Giacobbe” (Nm 24, 17). La lunga iscrizione latina, posta nella sottostante fascia del basamento, descrive la storia della traslazione angelica della S. Casa. Fu fatta incidere da Clemente VIII nel 1595, nel terzo centenario del mirabile evento.
(tratto dagli scritti di P. Giuseppe Santarelli)